sabato 27 giugno 2015

Stay Trash quindi Foolish

Dopo il ritorno da Sarek avevo percepito una certa insofferenza alla staticità in generale.
Simbolicamente la rimozione della placca che avevo nella caviglia da quattro anni è stata l'inizio del viaggio che sto vivendo adesso e che vivrò per i prossimi mesi. 
Nel Verdon camminando per la prima volta nel vuoto è arrivata la piena consapevolezza del fatto che tutto è dinamico e in continuo divenire - costantemente incostante -.
Estremamente divertente è stato, nei giorni seguenti, fare scorribande melliche con soci simpatici, motivati e un po' eclettici ! Rivisitare le classiche, osare dove qualcuno aveva visto oltre, godere da solo e festeggiare in compagnia. 
Poi una mattina ti svegli con chiaro in testa che il momento di mettersi lo zaino in spalla è arrivato di nuovo. 
Uno zaino molto leggero con dentro solo un coltello, un'amaca, un telo di plastica, una lanterna con alcune candele, una gavetta, un diario con alcune matite, un paio di calze di riserva, un maglione, una giacca per la pioggia, uno spazzolino e una saponetta, un accendino e fiammiferi e venti metri di corda con alcuni moschettoni per camminare in equilibrio sull'aria. Niente tecnologia e sopratutto niente soldi quindi tanta volontà e umiltà. Procurarsi il cibo giornaliero è facile perché la gente è buona e la natura non è nemica ma solo, qualche volta, indifferente ai problemi dell'uomo. La tratta - una delle più naturali - sono uscito di casa e ho scavalcato le montagne che avevo di fronte, quelle dietro alle quali ogni giorno sparisce il sole poi ancora seguendo questo sole che diventa creatore della luce e del buio e quindi regolatore delle mie giornate.
Verzasca, Maggia, Vergeletto, Onsernone, Valgrande, nomi di luoghi selvaggi ma conosciuti perché sono ancora i luoghi di casa perché il viaggio a piedi è lento. 
Ora sono a Varallo ospite felice di amici, nella Val Sesia che mi piace tanto, ancora per qualche giorno rimarrò qui a godermi la festa, i bagni nel fiume e la gentilezza delle genti che mi circondano ma poi riprenderò a seguire il sole poi le Alpi fanno un arco e finiscono in mare. A quel punto sarà Francia, Provenza e poi altre montagne nasceranno dal mare e moriranno nell'oceano, quelle saranno Pirenei; ma saranno fra un po' di tempo !

- E' fondamentale rimanere fedeli ai principi dall'inizio alla fine, conservando calma e fermezza di fronte alle sfide che la natura ci propone -. 

Mark Twight

- The only way to deal with an unfree world is to become so absolutely free that your very existence is an act of rebellion -. 

Albert Camus









mercoledì 8 aprile 2015

Sarek

Immaginate una landa desolata post apocalittica e ghiacciata, un paesaggio alla Brendon che se vi piace il genere è fantastico.
Sarek è molto simile.
Wilderness in italiano si traduce con natura selvaggia ed è subito chiaro che non è un termine popolare da noi. Per lo stesso concetto, in italiano usiamo due parole di cui una, selvaggia, tendenzialmente negativa. La cosa si fa strana perchè natura invece ha connotazione positiva… e qui sorge il problema. La natura in quanto natura non può che essere selvaggia quindi se natura è positivo perchè natura selvaggia (wilderness) suona negativo? La verità è che da noi siamo abituati ad una natura addomesticata, un concetto perverso!
In origine il mondo e l'uomo sono cosa unica poi l'uomo diventa avido e crea le città dentro alle quali crea i parchi con gli alberi poi non contento crea i sentieri e i rifugi fuori dalle città e per finire crea i pacchetti vacanze per andare da un parco in città ad una città nel parco. Un sistema perverso!
Se vuoi la qualità e la botta forte devi andare direttamante al fornitore evitando tutta la messa in scena che sta in mezzo. La messa in scena, all'uomo serve solo a far spendere soldi e questo succede perchè l'uomo è diventato avido. Andare a Sarek è come andare al fornitore, spazzi via la messa in scena.
Spazzare via è la via?! Togli il superfluo e occupati del nocciolo della situazione.
Le zone bianche non esistono più, il pianeta è mappato, prendi una cartina e vai. Lascia il satellitare e guarda i cerchi attorno al sole per intuire il meteo, lascia il gps e osserva il terreno per non perderti, non fissare un punto sullo schermo ma cerca i funghi sugli alberi morti e il fuoco ti scalderà più a lungo. Non avere fretta ma quando serve non esitare. La fretta nasce dall'avidità, la rapidità dall'esperienza. Prendi tempo e dedicati. Con la dedizione puoi coltivare la privazione e quindi sperimentare la sofferenza e intravedere la via. Lo stato di necessità acuisce i sensi, spegni i brutti pensieri e lasciati andare. Il consumismo ti fa credere di essere una nullità, se non hai tutto non puoi fare niente. Attraverso l'infame arma della sicurezza ti tagliano le gambe invece che spronarti ad allenarle. Se non hai uno zaino pieno di strumenti di (falsa) sicurezza non puoi uscire di casa e l'ultima frontiera adesso è l'obbligo… per legge devi avere l'arva!!!
Imporre è l'opposto di formare, l'imposizione blocca la crescita.
Freeride è libera espressione. Svuota lo zaino e apri la mente.
Arrivare in un posto pieno di kingline, scegliere la preferita, dare un occhio alla mappa e partire senza sapere nient'altro. In cima calzare gli sci e scendere la linea immaginata. Surfarla e godere nel ripercorrere la traccia con gli occhi. "Hey man it's easy!"
Atterriamo sulle terre del nord e subito un messaggiero di Odino si fa presente sotto le mentite spoglie di un ubriaco… i suoi occhi brillano e con parole biascicate ci dice che tutto andrà bene. Passiamo una tranquilla notte in aereoporto.
Stoccolma è davvero piena di belle ragazze, attive, che corrono, indipendenti e più avanti vedremo confermata la diceria che in questi paesi la donna ha un ruolo dominante. Svolgiamo i nostri compiti, facciamo un po' di spesa, prendiamo l'accetta e incontriamo il greco che ci fornisce il sostentamento essenziale. Un primo contatto con la kircha e poi le tenebre ci prendono sulla collina. E' l'ora di continuare verso nord. Al risveglio solo conifere a nastro. Un primo cambio ci porta a Jokkmokk dove i Kitok ci accolgono a suon di traversi sulla neve, qui acquistiamo anche dell'ottima carne di renna e con un altro cambio ci distacchiamo ulteriormente dal mondo abitato. Kvikkjokk è l'ultimo avamposto e l'ingresso a sud per Sarek, il prossimo nucleo abitato è Vietas, l'uscita a nord.
Dormiamo sotto la chiesa di legno con rito propiziatorio a Odino.
Iniziamo una marcia che durerà tre giorni lungo il fiume congelato, prima attraversiamo la pianura di Anouk poi le porte di Thor e infine siamo ai piedi delle montagne. Gli alberi finiscono e per qualche giorno dobbiamo dimenticare il calore del fuoco. A guardarsi indietro il sentiero di ghiaccio si perde all'orizzonte e Kvikkjokk sembra già molto lontana. Siamo dentro, committed. Il silenzio profondo e la vastità dei luoghi sono una costante di ogni giorno. Più avanziamo più la vista si acuisce, tracce di pernici, volpi e alci, neve portante e ghiaccio cedevole, zona di alberi morti dove piantare un buon campo e poi… follow the white rabbit!
Il quarto giorno raggiungiamo l'altipiano di Luohttolahko, il più alto della Svezia, una distesa di dune ghiacciate coronata da imponenti montagne senza nome. Per come siamo abituati a leggere la carta, un posto qualsiasi, in realtà un bacino incredibile! L'unica via per continuare è un canyon dai bordi molto scoscesi, sul fondo blocchi di neve grandi come automobili si sono staccati dalle cornici sommitali, scendiamo velocemente e all'avventura! Ora siamo nel cuore di Sarek e dall'incrocio delle valli sentiamo abbaiare… il lupo non abbaia infatti sono cani da slitta! Zanna Bianca ci viene incontro con portamento elegante e fiero, lo sguardo fisso su di noi, a venti metri marca il territorio poi avanza ancora e annusa la pulka di David e poi la mia… decide che gli andiamo bene e torna dal padrone allora anche noi avanziamo, prima alziamo la mano poi la stringiamo ad una coppia di svedesi anche loro all'avventura. Gentili e di poche parole sono in giro con i loro quindici splendidi cani e belle slitte di bamboo. "They have a lot of power but they need a lot of food" mi dice la donna. Faccio una foto e ognuno per la sua strada.
La quinta notte troviamo riparo in una vecchia capanna Sami, un piccolo fungo in mezzo a queste distese di betulle squarciate dal freddo.
Abbiamo deciso di non portare supporti tecnologici e allo stesso modo abbiamo fatto con il cibo, niente barrette o cibo liofilizzato. David ha cucinato a casa il pemmican, una vivanda originaria degli indiani d'America che veniva utilizzata anche nelle esplorazioni polari di inizio novecento. Ipercalorico e senza scadenza, è un misto di carne essicata e sego con aggiunta di frutta secca per migliorarne l'impegnativo sapore… Ci sentiamo come Scott e Amundsen. Al pemmicam si mischiano cioccolata, biscotti e formaggio mentre come primizie ci concediamo liquirizie salate svedesi che finiamo la prima sera e bocce di Montenegro, Braulio e Scotch. Per sopportare questa dieta infernale c'è lo Snuss!
Col passare dei giorni le attività che all'inizio erano fastidiose diventano routine e anche il corpo si abitua alle fatiche. Strisciare fuori dal sacco a pelo, sciogliere la neve, montare la tenda con le moffole, raddrizzare le pulka, far su e far giù, diventano azioni che scandiscono la giornata. Il momento di descanso serale è il giro di boa quotidiano, quando abbiamo legna accendiamo il fuoco rigorosamente senza accendino o carta, ci siamo allenati mesi con acciarino e corteccia di betulla!
Navigare con carta e bussola, mangiare pemmican, accendere il fuoco trad, non avere contatti con l'esterno e vagare in queste lande selvagge ci fa stare bene. Ogni giorno che passa qualcosa come un senso d'appartenenza primordiale si fa vivo in noi. In questi giorni d'azione non contaminati stiamo bene. Osservare e sentire il corpo e la mente che reagiscono istintivamente e in modo funzionale alle situazioni è come scoprire aspetti e potenzialità fino ad ora dormienti. Questo processo fa nascere motivazioni e bisogni nuovi che inevitabilmente portano ad una tendenza al distacco dalla vita comune di tutti i giorni. La frase ricorrente è: "Quando torno posso solo fare il vagabondo".
La società attuale non mi piace. Ci sono nato dentro e magari ci sguazzerò tutta la vita, non nego che approfitto e abuso di cose che cento o mille anni fa non esistevano ma il senso di evasione rimane forte. Non è il dolce che fa apprezzare il pasto!
So bene che c'è gente pronta ad additare e giudicare, ho imparato a non badarci più di tanto, spesso sono urla d'aiuto che arrivano da situazioni ben peggiori della mia. Come diceva un grande artista della vita, l'unico aiuto è l'autoaiuto. La forza per andare avanti la trovi dentro di te, non di certo elemosinando consensi altrui.
Avanziamo ancora un giorno e siamo alle pendici del Sarek Jakka, Stortoppen che significa cima tempestosa è il punto più alto di questo massiccio. Vogliamo salirlo e ancora una volta il bel tempo ci dona una giornata perfetta. Chiaramente siamo soli e neanche il vento rompe questo silenzio glaciale. La vetta si raggiunge per una cresta da salire a piedi, alla base avvistiamo un branco di renne correre sul ghiacciaio… un'emozione! Siamo su, attorno a noi solo ghiaccio in tutte le direzioni. Calzo gli sci e con un drop di decisione entro nel canale che stolkavo da tutto il giorno. Mi giro e David è già solo un puntino sulla cresta. Sappiamo che ci rivedremo alla base. Inanello una curva dopo l'altra nel modo più naturale, lascio correre gli sci, grazie ad un intero inverno passato sulla neve trovo la confidenza per godere e basta, la tensione svanisce, il pendio si addolcisce e le curve diventano più grandi e veloci… una delle discese più belle! Raggiungo David e insieme scivoliamo giù per una tavola di neve dura con due dita di polvere! Arriviamo senza spingere al campo. Siamo appagati e il giorno seguente lo passiamo chiusi in tenda mentre fuori si scatena la tempesta. Supreme NTM, amari nostrani e spliff… oh yeah !
Il nono giorno lo aspettavamo con ansia, c'è l'eclissi e qui oltre il circolo polare artico è quasi totale. Odino ci grazia ancora ed assistiamo a questo spettacolo della natura nel modo migliore. Il vento della bufera ha creato sastrugi antartici, il suolo è più lunare che terrestre e in poco tempo il cielo diventa scuro, sopra le nostre teste ora c'è un disco nero e strani riflessi corrono sulla neve… Qualche minuto e tutto torna normale. Varchiamo il Black Stone con i corvi sopra le teste, davanti a noi ancora la piramide dello Slugga poi il panorama si apre su fiordi senza fine.
Un altro giorno di blizzard che passiamo fermi più per ritardare il rientro alla civiltà che per l'impossibilità di muoversi. Attraversiamo i laghi ghiacciati con sordi rumori sotto i piedi ed ecco la strada e poi una macchina e poi persone e altre macchine.
Siamo a Vietas, abbiamo attraversato Sarek essattamente come immaginavamo.
Con malinconia avanziamo sulla strada spinti solo dalla birra ormai vicina.
Grazie al buon roio che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, disponiamo ancora di qualche giorno libero così piazziamo la tenda nella foresta boreale e la sera ecco l'aurora… squarci in movimento nel cielo.
Pelliamo in tranquillità e finalmente alleggeriti dal peso della pulka, una discesa di piacere poi un altro giorno andiamo verso il ghiaccio e David si fuma un churro de dios che con terrore vedo creparsi pochi metri sopra la mia testa… "è un assestamento", la corda diventa elettrica poi il crollo di un festone ci avverte definitivamente che è l'ora di andare. Pelliamo ancora, questa volta fino in cima e come sempre il panorama è "glaciale". Ogni volta finiamo al Store Sjofallet dove i bambini sami crescono al freddo e giocano ad accendere fuochi rubando corteccia di betulla…
Infine con un grigio desolante lasciamo queste terre selvagge.
Gallivare è la tappa di mezzo, una pizza alla Pizzeria Milano, un surfer delle nevi che diventa subito un amico, un vecchio che ci dice: "in my days we'd only need salt and a knife".
Domenica mattina presto come ovunque, girano solo disperati. A colazione ci siamo solo noi e dieci zingari. Piove. La nostra trasferta svedese volge al termine ma ancora trentatre ore ci separano dal volo di ritorno. Come bambini passiamo del tempo nella stupenda biblioteca comunale a studiare carte e libri d'avventura poi ancora una volta ecco un messaggero di Odino: "Andate al nord, esplorate il nord, tornate dal nord e raccontate tutto questo ai vostri cari e agli amici". Il tempo di realizzare che già siamo di nuovo in strada sotto la pioggia, entriamo al Lion's Bar dove scambiamo qualche parola di alto italiano e beviamo birra a buon mercato poi approdiamo al Anchor dove degeneriamo l'intera notte insieme a metallari e locals svedesi… anche qui troviamo amici e alle sei del mattino cercare un posto per dormire non è più cosa attuale.
Usciamo dallo stato di trance e piombiamo nel degrado oppure usciamo dal degrado e piombiamo nella trance… in ogni caso un brusco cambiamento.


"Nulla è più potente di un'idea il cui momento è giunto"

Victor Hugo