lunedì 19 ottobre 2015

Non ancora Birthright

Avevamo un sacco di scuse. Scuse per rimanere a casa, scuse per cambiare obbiettivo, scuse per rinunciare e invece abbiamo provato, lottato, fallito.
Il campo di battaglia è Birthright una delle mitiche vie di Mark Twight, l'interpretazione invernale di una vecchia linea rocciosa aperta da Desmaison e Mazeaud nel 1959. Nel 1982 Thierry Turbo Renault e Andy Parkin già fecero un tentativo con le picche ma tornarono giù per brutto tempo poi finalmente nel 1993 Twight e Backes riuscirono nell'intento di passare su per questi selvaggi diedri affidandosi a croste di ghiaccio e neve. Per anni niente poi nel 2008 arriva la prima ripetizione da parte del mitico Rossano Libera con Claudio Pozzi che si spinsero davvero oltre nelle pessime condizioni come dicono nell'appassionante racconto uscito su Stile Alpino n.6 e infine nel 2013 la seconda ripetizione e prima libera grazie a Matt Helliker e Jon Bracey che trovarono condizioni straordinariamente ottime. 
Per quanto ci riguarda invece noi siamo molto motivati, sappiamo di avere una finestra di un giorno di bello, non ci spaventa partire a piedi da Chamonix e non ci interessano troppo le condizioni sopratutto dopo aver letto assiduamente le parole di Rossano Libera che spiegano chiaramente come stanno le cose... se sei disperato, ossessionato, se senti la gola stretta in una morsa e abbracci la filosofia del "no future" allora ce la farai in ogni caso e la loro salita dimostra tutto ciò. 
Con queste idee in testa saliamo al buio verso Montenvers dove bivacchiamo. Sono questi i primi giorni in cui la neve si spinge in basso e qualcosa dell'inverno torna nell'ambiente. L'avvicinamento è scomodo su ripide pietraie ricoperte da dieci centimetri di fredda polvere, un terreno tra i più infidi poi eccoci sotto la parete dove constatiamo le cattive condizioni, quello che da sotto sembrava una solida striscia di beton schnee è invece un accumulo di neve inconsistente e croste di ghiaccio. Poco importa perché dentro di noi arde il fuoco. Ci armiamo dalla testa ai piedi e via a nuotare nei primi settanta metri di neve dove si sprofonda fino al bacino poi la parete si raddrizza notevolmente e iniziano i tiri duri... Scaliamo quattro lunghezze totali che ci spremono a dovere, lottiamo contro le mani congelate, gli spindrift, contro la verticalità e la precarietà della progressione. Raggiunto il grande diedro a metà parete siamo svuotati, come fino a quel momento l'unica opzione era continuare, adesso l'unica è scendere. Tutta la dinamica ci è apparsa chiara senza discutere, una situazione cristallina, pura, senza filtri. Le doppie ci depositano velocemente al punto di partenza, godiamo per cinque minuti dell'unico sole giornaliero poi cala il buio e noi torniamo a chamonix. 
Ho vissuto una delle giornate più intense della mia vita alpinistica, un concentrato di purezza dove la realtà ce l'hai a pochi centimetri dalla faccia e si chiama esile crosta di ghiaccio e neve... non puoi mentire, non puoi imbrogliare. Un ottimo specchio per guardare nel profondo di noi stessi. 
Al risveglio la linea di nuovo negli occhi ma mille metri più in alto, vaghiamo per il paese vuoto a soddisfare i nostri bisogni che sono birra e pain au chocolat poi prendiamo ciò che serve in vero VVS (very vagabond style).
Ad ogni birra che buttiamo giù cresce il germe dell'insoddisfazione, più torniamo nelle grinfie della società fra vizi e comfort più pensiamo se le scelte che abbiam preso siano quelle giuste o no. Non c'è risposta in questo momento... niente può placare il vuoto dentro di noi.
Ciò che conta è la consapevolezza della lotta affrontata, la grandezza dell'esperienza vissuta, il germe che già cresce e avanza la possibilità di una rivincita...

"Durante l'arrampicata ci si confronta costantemente con il fallimento. Molti sono gli scalatori che vedono e cercano la propria perfezione solo nei gradi più alti. Peccato che questo sia solo un abbaglio. E' certamente buona cosa tendere alla perfezione, anche se spesso si perde di vista il fatto che tra i tratti caratteristici dell'essere umano, il più significativo è proprio il saper fallire."

Francek Knez
























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